9.12.09

Ven 18 e sab 19 dicembre, 'Malabobora' con Soli d'Est

Compagnia Malabobora
'Soli d'est'

Un uomo e una donna, immigrati dall’Est Europa con un grande carico di solitudine, raccontano frammenti delle loro vite accomunate da una medesima mancanza e soprattutto dallo stesso desiderio di una vita migliore.

di e con Giulia Donelli e Luca Stano
Regia di Laura Casati
collaborazione musicale Simone Musto
coreografia Eleonora Bonvini
In residenza dal 7 al 18 dicembre
In scena venerdì 18 e sabato 19 dicembre 2009, ore 21
Spazio Off
Via Venezia 5
Trento
Ingresso 8 euro
con degustazione offerta da Vinoteca La Vis

Una giovane badante ha scelto di uccidere la propria figlia neonata.
A fatto compiuto continua ad avere bisogno di giustificarsene le ragioni.
Madre in prestito, devota, premurosa, esemplare con i figli altrui. Crudele, dura,spietata con la carne della propria carne.
Ombra fragile, moderna Medea, attraverso il figlicidio cerca in modo disperato di costruirsi un personaggio forte e di acquistare tridimensionalità e sostanza agli occhi di un partner assente, debole e lontano.
Un uomo urla. Tutto si arresta in un cantiere edile. In un cestino, tra la spazzatura, un mazzo di garofani rossi. Sullo sfondo di una morte bianca, Pjetr, ragazzo dell’est, orfano di una patria polverizzata dopo il crollo del muro di Berlino e la fine della Perestrojka, ritorna al pensiero di suo padre Michail, morto suicida prima ancora che lui venisse al mondo.
E’ un mondo senza donne il suo, dove la femminilità è annientata, dove i garofani rappresentano questa assenza. Come dalle lacrime di un giovane pastore follemente innamorato di Diana,nell’antichità, nacquero i fiori, così dai garofani abbandonati prendono vita i dolori di Pjetr.

Le storie raccontate nascono dalle cronache dei giornali e dall’incontro di Giulia, drammaturga, con Tatjana, badante ucraina che giorno dopo giorno le ha narrato la propria vita e le ha affidato la propria testimonianza di donna e madre straniera, alle dipendenze di una famiglia in Italia.
Non c’è denuncia aperta in Soli d’est. I temi sociali rimangono sullo sfondo e lasciano spazio ad un uomo e ad una donna, a due persone ed alle loro difficoltà.
Non si cercano soluzioni al problema dell’immigrazione o lezioni di morale. Il progetto muove dal desiderio di raccontare due esempi di vita, dal tentativo di far parlare due storie il più autentiche possibili, declinate poi teatralmente nella loro ipotetica versione più estrema e non prive di una certa dose di ironia, unica risorsa per ridere di se stessi e sopravvivere alla propria condizione.

Tra il desiderio di una futura casa e di un po’ di tempo tutto per sé
la condizione di “stranieri alle dipendenze di” è una vita vissuta nel riflesso dell’abbandono, ruotano le parole del testo. La scrittura cerca di riprodurre l’urgenza che nasce dal silenzio o quantomeno dal non essere quasi mai ascoltato fino in fondo.
La parola, nei suoi andare a capo e nella sua essenzialità, vuole restituire verità e libertà d’espressione a due persone che vivono prigioniere del personaggio che la condizione di immigrato impone loro. Senza patria, casa, affetti e lingua madre, la badante e il muratore accumulano perdite e rotture.
Tutte e due si abbandonano ad un senso di inadeguatezza e disillusione anche quando la drammaticità delle storie personali viene a tratti alleggerita e risolta attraverso una prospettiva ironica. Insieme procedono nella riflessione sulla propria solitudine come se eseguissero una partitura a canone e sono condizionati, tanto nei pensieri quanto nelle azioni, dalla morte invisibile che aleggia sopra di loro. Essa è una figura arcana e mutevole, un vuoto in costante interazione con i personaggi:anima, angelo, burattinaio che libera, opprime e poi di nuovo libera i due protagonisti.